Associazione in partecipazione e lavoro subordinato

Continua la produzione giurisprudenziale della Cassazione (sentenza 28 ottobre 2014 – 9 febbraio 2015, n. 2371) in materia di Associazione in partecipazione, notevolmente intensificatasi negli ultimi tempi. Questa sentenza conferma, quasi parola per parola, un’altra pubblicata nella nostra precedente newsletter, consolidando quindi l’orientamento della Cassazione sui tre punti di seguito evidenziati.
Estratto dalla motivazione:
1) L'elemento idoneo a caratterizzare il rapporto di lavoro subordinato e a differenziarlo da altri tipi di rapporto (quali quello di lavoro autonomo, la società o l'associazione in partecipazione con apporto di prestazioni lavorative) è l'assoggettamento del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, tenendo presente che il potere direttivo non può esplicarsi in semplici direttive di carattere generale (compatibili con altri tipi di rapporto), ma deve manifestarsi in ordini specifici, reiterati ed intrinsecamente inerenti alla prestazione lavorativa e che il potere organizzativo non può esplicarsi in un semplice coordinamento (anch'esso compatibile con altri tipi di rapporto), ma deve manifestarsi in un effettivo inserimento del lavoratore nell'organizzazione aziendale;
2) La qualificazione formale del rapporto effettuata dalle parti al momento della conclusione del contratto, pur non essendo decisiva, non è tuttavia irrilevante e pertanto, qualora a fronte della rivendicata natura subordinata del rapporto venga dedotta e documentalmente provata l'esistenza di un rapporto di associazione in partecipazione, l'accertamento dd giudice di merito deve essere molto rigoroso (potendo anche un assodato essere assoggettato a direttive e istruzioni nonché ad un'attività di coordinamento latamente organizzativa) e non trascurare nell'indagine aspetti sicuramente riferibili all'uno o all'altro tipo di rapporto quali, per un verso, l'assunzione di un rischio economico e l'approvazione di rendiconti e, per altro verso, l'effettiva e provata soggezione al potere disciplinare del datore di lavoro.
3) Né può rilevare in questa sede l'art. 86 co. 2 d.lgs. 276/2003, nel testo vigente prima dell'abrogazione dettata dalla l. 92 del 2012, ... La deduzione, infatti, presupponendo un rapporto di associazione con caratteristiche peculiari (rispetto alle quali il legislatore appronta tutele minime distinte dalla conversione del rapporto), risulta del tutto distinta ed incompatibile con quella volta all'accertamento di un rapporto di lavoro subordinato: si è infatti precisato da questa Corte (Sez. L, Sentenza n. 2884 del 24/02/2012, Rv. 621259) che l'art. 86, comma 2, del d.lgs. n. 276 del 2003, ... non ha introdotto nel nostro ordinamento una forma di conversione legale del contratto di associazione in partecipazione in contratto a lavoro subordinato, ma ha soltanto previsto - in funzione integrativa della disciplina dell'associazione in partecipazione - che, ove il primo di tali contratti sia stato stipulato con finalità elusive delle norme di legge e di contrattazione collettiva a tutela del lavoratore, all'associato si applichino le più favorevoli disposizioni previste per il lavoratore dipendente. Ne consegue che la verifica della sussistenza dei presupposti di cui all'art. 86 del d.lgs. n. 276 del 2003 non comporta la prova dell'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, il cui riscontro resta demandato al giudice di merito e presuppone un più complesso tema di indagine e di prova, mentre, ove il lavoratore abbia denunciato l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato dissimulato da una associazione in partecipazione, la successiva domanda diretta ad accertare la sussistenza delle condizioni di cui all'art. 86, comma 2, del d.lgs. n. 276 del 2003, è nuova e, come tale, inammissibile.