E’ l’imprenditore che valuta il “motivo oggettivo”, non il giudice

In tema di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, ovvero dettato da ragioni attinenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa, ex art. 3, l. n. 604/1966, la Corte di Cassazione (sez. Lavoro, sentenza 10 febbraio – 15 maggio 2015, n. 10038) ha recentemente affermato che il “motivo oggettivo” è rimesso alla valutazione del datore di lavoro, senza che il giudice possa sindacare la scelta dei criteri di gestione dell’impresa, essendo tale scelta espressione della libertà di iniziativa economica di cui all’art. 41 Cost.. Spetta, invece, al giudice il controllo della reale sussistenza delle esigenze tecniche, organizzative e/o economiche dedotte dal datore di lavoro, controllo che – in relazione all’art. 41 Cost – non può eccedere la verifica dell’effettività e della non pretestuosità del riassetto operato.
Sul tema v. diffusamente il saggio dell'Avv. Francesco Stolfa