LICENZIAMENTO ILLEGITTIMO: RIDUCIBILITA' DEL RISARCIMENTO DOVUTO AL LAVORATORE

Interessante sentenza della Corte di Cassazione in cui, per un licenziamento ovviamente anteriore alla L. 92/2012, si sancisce il principio secondo cui il risarcimento del danno dovuto al lavoratore non deve necessariamente coincidere con tutte le retribuzioni maturate dal licenziamento alla reintegrazione. La sua determinazione in tale misura costituisce, infatti, oggetto di una "presunzione relativa" (juris tantum) che può essere superata per tre ragioni:
- per detrazione delle retribuzioni percepite dal prestatore licenziato lavorando altrove (cd. aliunde perceptum);
- perchè il lavoratore non si è adoperato per evitare o ridurre il danno usando la normale diligenza nella ricerca di nuova occupazione (detrazione del cd. aliunde percipiendum);
- per interruzione del nesso di causalità fra danno e licenziamento che avviene quando il lavoratore compie atti che possano aggravare il danno o non compie quelli che avrebbero potuto ridurlo.
Quest'ultimo è il caso considerato dalla sentenza: il lavoratore aveva rifiutato una proposta dell'azienda di riassumerlo (non di reintegrarlo retroattivamente). Ciò non ha fatto venir meno il suo diritto alla reintegrazione (proprio perchè la riassunzione è diversa dalla reintegrazione) ma ha influito sull'ammontare del risarcimento che è stato ridotto al minimo legale (5 mensilità).
Questo precedente può essere molto utile anche per i licenziamenti post-legge Fornero. In caso di rifiuto del lavoratore della proposta rivoltagli dal datore di lavoro (anche in via transattiva) di riassunzione da una certa data, il lavoratore che avesse diritto alla reintegrazione ad esempio ex co. 4 (reintegrazione + risarcimento fino a 12 mensilità) perderebbe il diritto al risarcimento a partire dal rifiuto e lo perderebbe integralmente in quanto la nuova legge, in quel caso, non fissa alcun limite minimo.