Licenziamento per G.M.O.: lavoratore non ha onere di allegare possibilità di repechage

Con la recente sentenza n. 5592/2016, depositata il 22 marzo, la Corte di Cassazione inverte un orientamento che sembrava ormai consolidato in giurisprudenza, in base al quale spettava al lavoratore licenziato per giustificato motivo oggettivo provare l’esistenza di altri posti di lavoro per la sua utile ricollocazione, in virtù di un preteso obbligo di collaborazione nell’accertamento di un possibile repechage (cfr., ex plurimis, Cass., n. 19923/2015, n. 4920/2014 e n. 25197/2013), in una sorta di “cooperazione processuale”. La Suprema Corte, pur dando atto del precedente orientamento contrapposto, ritiene di non poterlo condividere. In proposito, vengono richiamati alcuni precedenti, nei quali i giudici di legittimità avevano affermato che l’onere della prova dell’impossibilità di adibire il lavoratore allo svolgimento di mansioni analoghe e quelle svolte in precedenza, pur dovendo essere mantenuto entro limiti di ragionevolezza (sì che può considerarsi assolto anche mediante il ricorso a risultanze probatorie presuntive e indiziarie), non può, tuttavia, essere posto direttamente o indirettamente a carico del lavoratore, neppure al solo fine dell’indicazione dei posti di lavoro assegnabili: un’indicazione del genere da parte del lavoratore licenziato sarebbe, in realtà, inesigibile, essendo questi estraneo all’organizzazione aziendale (cfr. Cass., n. 8254/1992 e n. 4164/1991): tale indicazione, pur possibile, comporterebbe un’inversione dell’onere probatorio.
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