Solo se licenziamento nullo, datore di lavoro paga sanzioni civili per omissioni contributive

Le sezioni unite della cassazione (Corte di Cassazione S.U., 18 settembre 2014 n. 19665) risolvono in tal modo il contrasto interpretativo sorto all’interno della sezione lavoro della Corte, differenziando l’ipotesi di dichiarazione giudiziaria di nullità del licenziamento (ad es. perché discriminatorio o perché intimato in forma orale) da quella di annullamento dello stesso (per mancanza di giusta causa o giustificato motivo). Solo nella prima ipotesi il datore di lavoro, oltre a dovere, come in ogni caso, i contributi per il periodo intercorrente tra il licenziamento e la reintegrazione, è soggetto, per il periodo fino all’emissione dell’ordine di reintegrazione, anche alle sanzioni civili previste per il caso di omissione contributiva. La pronuncia si riferisce alla disciplina di legge esistente prima della “legge Fornero”, ma trae ispirazione anche da quest’ultima, che appunto, secondo la Corte, stabilisce tale differenza di trattamento.
Tale nuovo orientamento delle Sezioni Unite, quindi, smentisce quello precedente (nell'ambito del quale si segnala, ex plurimis, Corte di Cassazione 11-10-2013, n. 23181) secondo cui “Il ritardo del datore di lavoro nel pagamento dei contributi assistenziali e previdenziali per il periodo di tempo intercorso tra il licenziamento poi dichiarato illegittimo e la reintegrazione del lavoratore, comporta anche l’applicazione delle sanzioni civili previste dalla legge.”