Spostamento a mansioni inferiori - rifiuto - licenziamento

Il lavoratore assegnato a mansioni inferiori non può rifiutarsi di svolgerle, senza avallo giudiziario, invocando l'eccezione di inadempimento ex art. 1460 cod. civ., se non in presenza di inadempienza del datore di lavoro talmente grave da incidere sulle sue esigenze vitali. Diversamente il lavoratore stesso è passibile di licenziamento.
E' quanto statuito dalla Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, con la sentenza n. 12696 del 20 luglio 2012 (si veda la massima).
Tra i precedenti in senso conforme si veda Cassazione 29832/2008 per la quale nel rapporto di lavoro subordinato non è legittimo - ed è sanzionabile con il licenziamento per giusta causa- il rifiuto del lavoratore di eseguire la prestazione lavorativa dovuta, a causa di una ritenuta dequalificazione, ove il datore di lavoro adempia a tutti gli altri obblighi derivantigli dal contratto (pagamento della retribuzione, copertura previdenziale ed assicurativa etc.), essendo giustificato il rifiuto di adempiere alla propria prestazione, “ex” art. 1460 cc, solo se l’altra parte sia totalmente inadempiente, negli altri casi potendo il lavoratore rifiutare lo svolgimento di singole prestazioni lavorative non conformi alla propria qualifica, ma non potendo rifiutare lo svolgimento di qualsiasi prestazione lavorativa. Sull’eccezione di inadempimento si veda Cassazione 11430/2006 per la quale, il giudice, ove venga proposta dalla parte l’eccezione “inadimplenti non est adimplendum”, deve procedere ad una valutazione comparativa degli opposti adempimenti avuto riguardo anche allo loro proporzionalità rispetto alla funzione economico-sociale del contratto e alla loro rispettiva incidenza sull’equilibrio sinallagmatico, sulle posizioni delle parti e sugli interessi delle stesse, per cui qualora rilevi che l’inadempimento della parte nei cui confronti è opposta l’eccezione non è grave ovvero ha scarsa importanza, in relazione all’interesse dell’altra parte a norma dell’art. 1455 cc, deve ritenersi che il rifiuto di quest’ultima di adempiere la propria obbligazione non sia in buona fede e, quindi, non sia giustificato ai sensi dell’art. 1460, secondo comma, cc. Tale valutazione rientra nei compiti del giudice di merito ed è incensurabile in sede di legittimità se assistita da motivazione sufficiente e non contraddittoria.