Terza edizione: la Giurisprudenza introvabile

L'attività di trasporto non comporta la responsabilità solidale del committente
La responsabilità solidale al committente ex art. 29, D.lgs. 276/2003 non si applica quando l'attività prestata dall'appaltatore è esclusivamente quella di trasporto. Lo sancisce una interessante sentenza inedita del Tribunale di Venezia che trova conferma indiretta in un'altra pronuncia del Tribunale di Milano del 16.11.2005
(pubblicata in "Il Lavoro nella giurisprudenza" 2006, 10, 1025 del 2005) secondo cui l'art. 29 della L. 276 ha natura eccezione ed è quindi di stretta interpretazione. Del resto lo stesso testo della previgente L. 1369/1960 escludeva espressamente dalla responsabilità solidale le attività di trasporto.

È nulla la cartella esattoriale priva dell’indicazione del calcolo degli interessi
Cassazione civile , sez. tributaria, sentenza 21.03.2012 n. 4516
La mancata indicazione del procedimento di computo degli interessi e delle singole aliquote su base annuale, rende nulla la cartella esattoriale.
È quanto disposto dalla Corte di Cassazione, con la sentenza 21 marzo 2012, n. 4516: "nella cartella viene riportata solo la cifra globale degli interessi dovuti, senza essere indicato come si è arrivati a tale calcolo, non specificando le singole aliquote prese a base delle varie annualità che nella fattispecie, vale sottolinearlo, essendo l'accertamento riferito all'anno d'imposta 1983, sono più di 23 anni calcolati".

Come ci si oppone ad una diffida accertativa
Tribunale Pistoia sez. lav., 08 agosto 2011, in Juris data Giuffrè
In ipotesi di diffida accertativa per crediti patrimoniali ex art. 12 d.lg n. 124 del 2004, se il datore di lavoro non raggiunge un accordo in sede conciliativa dinanzi alla direzione provinciale del lavoro, si trova esposto ad un titolo esecutivo, formatosi senza la sua partecipazione consensuale e senza che abbia avuto la possibilità di difendersi dinanzi all'autorità giudiziaria pertanto, l'opposizione al precetto sarà la sede nella quale il destinatario della diffida non solo potrà far valere le proprie ragioni, ma anche ottenere la sospensione dell'efficacia esecutiva del titolo, dovendosi ritenere che a seguito della notifica dell'atto di precetto fondato su una diffida accertativa, ben possa il destinatario proporre motivi di opposizione concernenti il merito della pretesa.

CONTRATTO A TERMINE - RECESSO ANTICIPATO DEL LAVORATORE - CONSEGUENZE
La Corte di Cassazione, sez. Lavoro, con sentenza n. 6342 del 29 marzo – 23 aprile 2012 ha statuito che in caso di recesso del lavoratore dal contratto a termine non sorretto da giusta causa l'unica conseguenza che ne deriva è il diritto del datore di lavoro a percepire l'indennità sostitutiva del preavviso

Dirigente d’azienda - Licenziamento individuale - Giustificatezza - Ragioni oggettive - Nozione - Fattispecie.

CASSAZIONE, SEZIONE LAVORO, 8 MARZO 2012, N. 3628: una delle rare sentenze che affrontano il problema della licenziabilità del dirigente per ragioni di carattere oggettivo e tecnico-produttivo.
Il licenziamento individuale del dirigente d’azienda può fondarsi su ragioni oggettive concernenti esigenze di riorganizzazione aziendale, che non debbono necessariamente coincidere con l’impossibilità della continuazione del rapporto o con una situazione di crisi tale da rendere particolarmente onerosa detta continuazione, dato che il principio di correttezza e buona fede, che costituisce il parametro su cui misurare la legittimità del licenziamento, deve essere coordinato con la libertà di iniziativa economica, garantita dall’art. 41 Cost. (Nella specie, la S.C. ha respinto il ricorso avverso la decisione di merito che aveva giudicato non pretestuoso, né arbitrario, ma rispondente ad una genuina volontà di razionalizzazione aziendale, il licenziamento intimato al dirigente da una impresa con tasso quadriennale di perdita del fatturato pari al 9,4%).
Una sostanziale conferma si trova anche in Cassazione 21748/2010

Contratto a termine illegittimo per violazione delle norme sulla sicurezza: conversione del rapporto di lavoro e indennità

La Corte di Cassazione con la sentenza del 2 aprile 2012, n. 5241, per la prima volta ha sancito il principio secondo cui il datore di lavoro non in regola con l’osservanza dei doveri prescritti dal D.Lgs. 81/2008 (ex D. Lgs. 626/1994) in tema di sicurezza sul lavoro e, in particolare, che non abbia elaborato il DVR, non può assumere a tempo indeterminato e gli eventuali contratti di lavoro a termine stipulati illegittimamente devono intendersi a tempo indeterminato sin dall'origine. Tal principio deriva direttamente dal testo legislativo che di seguito si riporta.
D.Lgs. 06/09/2001, n. 368
Articolo 3
Divieti
1. L'apposizione di un termine alla durata di un contratto di lavoro subordinato non è ammessa:
a) per la sostituzione di lavoratori che esercitano il diritto di sciopero;
b) salva diversa disposizione degli accordi sindacali, presso unità produttive nelle quali si sia proceduto, entro i sei mesi precedenti, a licenziamenti collettivi ai sensi degli articoli 4 e 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223, che abbiano riguardato lavoratori adibiti alle stesse mansioni cui si riferisce il contratto di lavoro a tempo determinato, salvo che tale contratto sia concluso per provvedere a sostituzione di lavoratori assenti, ovvero sia concluso ai sensi dell'articolo 8, comma 2, della legge 23 luglio 1991, n. 223, ovvero abbia una durata iniziale non superiore a tre mesi;
c) presso unità produttive nelle quali sia operante una sospensione dei rapporti o una riduzione dell'orario, con diritto al trattamento di integrazione salariale, che interessino lavoratori adibiti alle mansioni cui si riferisce il contratto a termine;
d) da parte delle imprese che non abbiano effettuato la valutazione dei rischi ai sensi dell'articolo 4 del decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, e successive modificazioni.
La Corte prende nuovamente posizione anche sulla questione della natura dell'indennità prevista dall'art. 32 della L. 183/2010 ribadendo che essa esaurisce ogni diritto retributivo o risarcitorio del lavoratore nel periodo intercorrente fra il licenziamento e la conversione del rapporto (sul punto si veda anche la giurisprudenza citata al punto 1.5 della seconda edizione de "la giurisprudenza introvabile" in questo sito). Nello stesso senso si esprime la cd. Riforma Fornero che il Parlamento sta per approvare, così risolvendo definitivamente la questione.
Si veda di seguito il testo integrale della sentenza (fonte: http://olympus.uniurb.it/ Giovedì 05 Aprile 2012 ).

RECUPERO SGRAVI INDEBITI PER LA VIOLAZIONE DEL "DE MINIMIS"
Applicabilità del termine prescrizionale ordinario decennale (e non di quello quinquennale ex art. 3, L. 335/1995)

La Cassazione afferma il discutibile principio della inapplicabilità del termine prescrizionale quinquennale valido per i crediti contributivi ex art. 3, L. 335/1995 (e l'applicabilità dell'ordinario termine decennale ex art. 2946 cc.) sulla base di argomentazioni poco convincenti che appaiono una vera forzatura volta a sanare per una evidente ragion di stato l'erronea concessione di tali sgravi. Il tutto, come sempre, ai danni delle imprese e in barba alle conclamate esigenze di promuovere lo sviluppo. La Corte Costituzionale, con sentenza n. 125/2009 aveva sancito il principio della inapplicabilità, quale termine prescrizionale, di quello decennale previsto dall'art. 15 del Regolamento CEE n. 659/1999 per il controllo sull'azione di recupero dei singoli stati. E sembrava che tale pronuncia aprisse la strada all'applicazione della prescrizione breve di cui all'art. 3 della L. 335/1995. Ora invece la Cassazione "inventa" una nuova tesi esegetica - che non era stata prospettata neanche dalla difesa dell'INPS - volta a dimostrare l'inapplicabilità del termine sulla base di assunta diversità fra l'azione di recupero degli sgravi e quella volta all'adempimento dell'obbligazione contributiva. Qui la sentenza.

La malattia sospende il procedimento disciplinare
La Cassazione sancisce, indirettamente ma chiaramente, il principio secondo cui la malattia (o altro impedimento del lavoratore) sospende il procedimento disciplinare e consente/impone al datore di lavoro di attendere la sua guarigione per ascoltarlo a sua difesa; e che, nelle more, il procedimento disciplinare e i relativi termini fissati, ad esempio, dalla contrattazione collettiva, restino sospesi.
CASSAZIONE, SEZ. LAVORO, 1° GIUGNO 2012, N. 8845
La convocazione in orario lavorativo e nel luogo di lavoro non rientri tra i diritti del lavoratore, purché la convocazione in orari o luoghi diversi non si traduca, per le difficoltà della sua attuazione, in una violazione del diritto di difesa. Tale principio risulta in linea con la giurisprudenza della Suprema Corte (cfr. da ultimo, Cass. 31 marzo 2011 n. 7493), secondo cui ai sensi dell'art. 7, secondo comma, della legge 20 maggio 1970, n. 300, in caso di irrogazione di licenziamento disciplinare, il lavoratore ha diritto, qualora ne abbia fatto richiesta, ad essere sentito oralmente dal datore di lavoro; tuttavia, ove il datore, a seguito di tale richiesta, abbia convocato il lavoratore, questi non ha diritto ad un diverso incontro limitandosi ad addurre una mera disagevole o sgradita possibilità di presenziare, poiché l'obbligo di accogliere la richiesta del lavoratore sussiste solo ove la stessa risponda ad un'esigenza difensiva non altrimenti tutelabile.
CASSAZIONE SEZIONE LAVORO 30 MARZO 2012, N. 5116
In tema di potere disciplinare del datore di lavoro, qualora la contrattazione collettiva fissi uno “spatium deliberandi” per l’adozione della sanzione e il lavoratore incolpato faccia richiesta di audizione personale, la tempestività dell’irrogazione deve essere valutata con riferimento all’audizione, o al giorno fissato per l’audizione, atteso che solo da questo momento il datore di lavoro può valutare le eventuali giustificazioni e determinarsi circa l’adozione del provvedimento.
(Principio affermato riguardo all’art. 194 del c.c.n.l. del 2 luglio 2004 per i dipendenti della distribuzione cooperativa).

CONTRATTO A TERMINE - RISOLUZIONE PER MUTUO CONSENSO - CONDIZIONI
La Corte di Cassazione, sez. Lavoro, con sentenza n. 5240 dell'8 marzo – 2 aprile 2012, ha statuito che è possibile ipotizzare la risoluzione del contratto a termine per mutuo consenso ma è necessario che ricorrano elementi precisi e inequivoci dai quali desumere la volontà risolutoria del lavoratore. Non è sufficiente la mera accettazione del TFR né l'inerzia del lavoratore protratta per un determinato periodo di tempo. È onere del datore di lavoro provare la volontà risolutoria del lavoratore.

Pubblico impiego: possibile la conversione del contratto a termine in uno a tempo indeterminato
E' interessante segnalare, in materia di contratti a termine stipulati nel pubblico impiego, un nuovo indirizzo della giurisprudenza di merito che sembra cominciare a prendere piede. Oltre a questa sentenza del Tribunale di Trani del 15.03.2012 n. 1545 (estensore il dr. Massimo Brudaglio) è possibile citare anche Trib. Siena 27.09.2010, Trib. Livorno 25.01.2011, Trib. Trani (Chirone) 19.09.2011 nn. 4554 e 4556.
In base a tale nuovo coraggioso orientamento, nei casi di accertata illegittimità del termine, anche nelle Pubbliche Amministrazioni è possibile la conversione del contratto a tempo indeterminato, nonostante il disposto dell'art. 36 del D. Lgs 165/2001 (che, come è nota sembrerebbe negare la conversione nel pubblico impiego).
Adeguatosi all'orientamento della giurisprudenza comunitaria, questo nuovo indirizzo giurisprudenziale mira, sotto questo profilo, al superamento della discriminazione fra i precari privati e quelli pubblici almeno nelle ipotesi in cui i vari contratti a termine superino complessivamente i 36 mesi e, quindi, il limite massimo imposto dall'art. 5 del D. Lgs. 368/2011.
Come è noto, la giurisprudenza prevalente segue, invece, l'indirizzo restrittivo, sostenendosi la legittimità dell'art. 36 sovracitato, sulla base di una presunta, permanente disomogeneità tra impiego pubblico e lavoro privato, che giustificherebbe la scelta del legislatore di ricollegare alla violazione delle norme imperative in materia di contratto a termine, conseguenze meramente patrimoniali (cfr. Cass. 18.06.2010 n. 14773, Cass. 15.06.2010 n. 7326, Cass. 07.05.2008 n. 11161). Tale orientamento della Suprema Corte trae origine e conferma negli stessi orientamenti della Corte Costituzionale, espressi nella sentenza n. 89 del 27 marzo 2003.